La poesia che oggi analizziamo si apre come uno squarcio in un velo: non introduce, ma irrompe. In un tempo in cui la poesia tende spesso al compromesso, cercando consenso sui social e parole rassicuranti, questo testo compie l’atto raro di non chiedere il permesso per esistere. È una poesia che si espone nuda, che osa l’osceno non per provocare, ma per toccare qualcosa di autentico, di irriducibile: l’unione tra corpi come sacra epifania. Il lettore è subito posto davanti a una scelta: respingere o attraversare. E chi decide di attraversare, scopre che questo erotismo feroce non è mai fine a sé stesso, ma è linguaggio del divino incarnato, della spiritualità che trova nella carne la sua vera voce.
Il suo sperma bevuto dalle mie labbra
era la comunione con la terra.Bevevo con la mia magnifica esultanza
guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.Di Alda Merini.
Il corpo come tempio: l’unione sacra
“Il suo sperma bevuto dalle mie labbra
era la comunione con la terra.”
L’immagine è cruda, diretta, quasi violenta nella sua verità. Eppure, la sua funzione non è scioccare. La centralità dello sperma come simbolo vitale richiama molte tradizioni arcaiche: seme, fertilità, ciclicità. Ma qui l’autore compie un’operazione poetica audace: accosta il gesto erotico al sacramento della comunione. Il corpo non è più solo carne, ma terra; il piacere non è solo fisico, ma cosmico. È un ribaltamento del dogma cristiano, non in chiave nichilista ma panica: la fede non è negata, ma trasposta. Il divino è nel corpo, nel desiderio, nella saliva e nel seme, e la bocca diventa calice. È un richiamo profondo alla sacralità dell’esperienza sensuale, vista come sacramento immanente e non più trascendente.
Lo sguardo e la fuga: l’animale interiore
“guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.”
Nel mezzo dell’estasi, un dettaglio introduce una tensione emotiva: lo sguardo. Gli occhi neri che fuggono non sono solo lo specchio di una bellezza, ma un’immagine di precarietà. La gazzella è creatura nobile, ma anche impaurita, sul punto di fuggire. Questo introduce una nota di vulnerabilità nell’atto amoroso: il piacere estremo convive con la possibilità della perdita, con l’idea che anche nel momento più pieno esista un vuoto latente. Il volto dell’altro, che sfugge, non si lascia mai possedere del tutto. In questo senso, l’amore non è possesso ma tensione costante verso l’Altro, come accade nei mistici che vedono Dio solo sfuggendogli. Il desiderio, dunque, resta vivo proprio perché instabile.
Il piacere feroce: l’estasi della carne
“E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.”
In questi versi, la poetica si fa incandescente. Il piacere viene definito “feroce”, con una parola che raramente si associa al desiderio in un contesto poetico. La “coltre”, metafora della complicità o dell’intimità post-coitale, diventa qui una soglia tra il qui e l’altrove, tra ciò che si è vissuto e ciò che si è superato. La carne non è più contenitore, ma teatro di uno strappo, di una trasformazione. L’estasi è tale perché sovverte ogni equilibrio. E qui sta la forza del testo: non descrive l’amore come quiete o rifugio, ma come esperienza selvaggia, quasi pericolosa, in grado di sconvolgere le coordinate dell’identità. Si ama davvero quando si è disposti a non tornare più quelli di prima.
La divisione e il viaggio: metafora della trasformazione
“Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.”
Il timone spezzato è immagine potente e rara. Di solito un timone guida, dà direzione, tiene insieme. Spezzarlo è perdere la rotta, ma anche iniziare qualcosa di nuovo, fuori dal controllo. La nave, simbolo classico dell’anima o della vita, qui si apre – letteralmente – come se si spezzasse a metà per partire davvero. L’atto sessuale, quindi, non è solo punto d’arrivo, ma rottura iniziale. Si entra nell’altro come in un viaggio senza mappa, si cede il controllo per abbandonarsi alla traversata dell’amore. È anche un’immagine di perdita dell’io, di trasformazione a due: ci si “spezza” per fondersi, per diventare qualcosa di diverso da sé, una nuova creatura fatta di due corpi, di un solo respiro.
L’autosufficienza dell’amore: oltre la fede
“Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.”
Il finale è straordinario per il suo tono dolce e definitivo. L’idea dei “viveri” – amore, baci, speranze – suggerisce che l’unione ha una sua autonomia, come una barca che ha scorte sufficienti per attraversare l’oceano senza bisogno di porti. È una visione dell’amore come autosufficienza, come mondo completo in sé. E l’abbandono di Dio non è una rivolta, ma un superamento pacifico: la felicità è diventata la nuova fede. Non si crede più in Dio perché non ce n’è bisogno. È un’eresia felice, un atto di fiducia radicale nel presente, nella carne, nell’altro. In un mondo che spesso associa l’eros alla colpa o all’assenza, qui si afferma che l’amore, quando è pieno, è già il paradiso.



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