Un blog minimalista nel complicato vortice del divenire.

“Se tu mi dimentichi” di Pablo Neruda: la poesia dell’amore che non implora.

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
“Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata”

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Nel panorama della lirica novecentesca, pochi testi condensano con tanta pregnanza la tensione tra sentimento e volontà come “Se tú me olvidas”, componimento incluso da Pablo Neruda nel 1952 nella raccolta Los versos del capitán. In questa poesia si staglia una concezione dell’amore non sentimentale, ma ontologica, nutrita di consapevolezza e responsabilità affettiva.

Il dettato poetico, fin dai primi versi, non indulge a languori né a compiacimenti elegiaci:

“Voglio che tu sappia / una cosa.”

L’incipit, secco, assertivo, tradisce già una volontà filosofica, quasi didascalica: il poeta non interpella l’amata per piangerla, né la celebra come musa; piuttosto, la convoca in uno spazio discorsivo, quasi socratico, dove l’amore non è mai cieco, ma si dà come fenomeno razionale, seppure incendiato da immagini sensoriali.


La sensualità fenomenologica

L’apparato metaforico iniziale si organizza attorno a una fenomenologia degli oggetti: la luna di cristallo, il ramo autunnale, la cenere, la legna rugosa. Si tratta di un universo materico, in cui la realtà sensibile non è mai neutra, ma sempre indirizzata, orientata verso un tu che funge da punto focale dell’esperienza.

“tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.”

Qui si configura una cosmologia dell’amore come attrazione centripeta, un sistema in cui ogni particella dell’essere si fa vettore, messaggero, araldo dell’amata. L’universo è innamorato: e nel suo stesso farsi mondo, si orienta come un campo magnetico verso colei che costituisce il centro, il fuoco, l’assenza costantemente evocata.


L’etica del disamore

Ma è nel passaggio successivo che la poesia rivela la sua vera architettura morale. Alla dedizione incondizionata segue, simmetrica e opposta, la possibilità del distacco. E non si tratta qui di un abbandono melodrammatico, ma di un atto di lucidità etica.

“Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.”

La reciprocità non è qui semplicemente un’aspettativa affettiva, bensì una necessità logica, quasi una legge termodinamica dell’amore: ciò che non è alimentato si estingue. Neruda costruisce un’economia del sentimento basata sull’equilibrio: se il calore non viene restituito, il fuoco si spegne, non per disamore, ma per coerenza.

“Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.”

Il tono qui è apodittico, solenne: la dimenticanza non è vissuta come tragedia, ma come clausola implicita dell’amore stesso. L’amore, per essere tale, deve potersi ritirare. Deve contenere in sé la dignità del congedo. Non è possesso, ma contratto tra libertà.


La dinamica radicale del radicamento

Nel momento in cui si prospetta l’abbandono, la metafora si radicalizza (nel senso etimologico del termine): le “radici” del poeta, strappate dalla terra dell’amata, sono pronte a cercarne un’altra.

“leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.”

Questa immagine affascinante – corpo e pianta che coincidono – trasmette l’idea di un essere umano che, pur legato profondamente a qualcuno, non perde la propria autonomia vitale. La metafora vegetale rovescia la passività dell’attesa amorosa: l’amore che non riceve più nutrimento si sradica e si trasferisce, non si dissolve nel dolore.


L’amore come atto quotidiano

Ma Neruda non è un misantropo sentimentale. La sua è una difesa dell’amore come atto volitivo, quotidiano, quasi liturgico. E infatti, nella sezione finale, il poeta riapre la porta della comunione, ma a condizione che essa sia costantemente rinnovata:

“Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile…”

L’ossimoro “dolcezza implacabile” è il cuore semantico dell’intera poesia. Il vero amore è mite nella forma, ma intransigente nella sostanza. Esso non conosce distrazioni, né pause: è presenza che si rinnova con la puntualità dell’aurora, senza bisogno di proclami. L’amore, come la scrittura poetica, è un esercizio di costanza, non di impeto.


Una concezione adulta dell’amore

In definitiva, “Se tu mi dimentichi” non è un lamento amoroso, ma un’epistola etica, un piccolo trattato sulla dignità dell’affetto. È una dichiarazione non di dipendenza, ma di equilibrio. Neruda rifiuta l’idea romantica dell’amore come sacrificio cieco, e ci propone invece una visione matura, in cui amare è scegliere, ogni giorno, nella pienezza della libertà e della consapevolezza.

Il suo amore “si nutre del tuo amore, amata” – e in ciò risiede il paradosso sublime della relazione autentica: il sentimento più assoluto è anche il più fragile, perché vive solo nell’incontro, nello scambio, nel rispecchiamento continuo dell’uno nell’altra.


Postilla: il tempo e la memoria

In un’epoca in cui l’amore viene spesso scambiato per consumo emotivo, e la memoria per archivio volatile, “Se tu mi dimentichi” ci rammenta che ogni relazione vera è radicata nel tempo, nella presenza, nel gesto quotidiano. E che il dimenticare – lungi dall’essere una semplice assenza – è un atto: e come tale, può essere ricambiato.

Neruda, da poeta-filosofo, ci insegna che si può amare senza perdersi. E che, se è necessario, si può anche dimenticare chi ci ha dimenticati – con la stessa fierezza con cui si è amati.

Riascoltiamola nella migliore recitazione possibile del grandissimo Ferruccio Amendola:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *